La strategia d'intervento - Associazione La Speranza

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La strategia d'intervento

La bacheca > Formazione sul disagio

Relatore Giancarlo Cursi
Strategia ed organizzazione di azione. Agire individualmente attraverso prassi corrette, ed agire collettivamente all'interno di reti associative. Conoscere e collaborare con le varie strutture e servizi sul territorio.


17. Una prospettiva più vasta

Fin qui abbiamo indicato come obiettivo del volontario quello di riuscire a percorrere un po' di strada insieme alla persona in difficoltà cercando di capire le sue sofferenze. Ma in realtà la prospettiva del volontario dovrebbe spingersi ben oltre l'essere accogliente e disponibile per trovare invece una strada nuova, una opportunità di cambiare la vita.
Per riuscire in questo occorre avere tutti gli elementi necessari per valutare le condizioni "effettive" del disagio, ma queste potranno essere conosciute solo se avremo a disposizione tutte le informazioni utili. In altre parole, bisognerà ricomporre il puzzle, ricucire i tanti brandelli nei quali si è spezzata la storia.

18. La funzione dei centri di ascolto

Il lavoro di ricomposizione si svolge soprattutto nei "centri di ascolto", dove il volontario riceve le richieste di aiuto. Ma è di fondamentale importanza selezionare le informazioni raccolte per elaborare solo quelle veramente valide e affidabili. Non dimentichiamo che chi vive nel disagio non mette facilmente a disposizione dell'interlocutore la sua effettiva condizione. Piuttosto descriverà una realta deformata, tacendo aspetti scomodi, esagerando elementi modesti e inventando fatti inesistenti. Lo farà perchè si preoccupa più di ottenere vantaggi materiali che di cambiare vita. Pertanto è molto probabile che i nomi, i luoghi e i fatti raccontati non corrispoindanoa alla realtà.


19. Progettare aiuto solo se si conosce la realtà

Una situazione di questo tipo non consente la ricostruzione corretta della "storia". Ma senza una conoscenza effettiva e completa nessun aiuto può essere validamente impostato. I progetti di intervento che nascono in queste condizioni rischiano di fare più male che bene, perchè tendono a consolidare la dipendenza del soggetto dall'aiuto esterno e non riescono ad innescare un percorso di recupero.
E' possibile migliorare la conoscenza frazionata della realtà? E' possibile riempire i vuoti, verificare i dati disponibili, avere dei riscontri affidabili?


20. La collaborazione tra i centri

Se è vero che tutti i centri di ascolto si trovano nelle medesime condizioni di insufficiente conoscenza, è anche vero che molto spesso i centri raccolgono elementi diversi sulle medesime situazioni. Ciò avviene perchè, ad esempio, i singoli componenti di un gruppo familiare si indirizzano a centri diversi, raccontando tutti una storia che ha solo alcuni aspetti comuni. Proprio questi elementi comuni ci potrebbero aiutare nel nostro tentativo di ricostruire la realtà.
Basterebbe quindi stabilire un proficuo contatto con gli altri centri del quartiere per verificare se le situazioni che stiamo indagando siano intercollegate e, in caso positivo, scambiare le informazioni. Come avviene in economia, lo scambio delle informazioni porterebbe ad una maggiore conoscenza per  tutti.
L'intesa tra i vari centri di ascolto è un compito difficile, come difficile è sempre la collaborazione tra soggetti che non si conoscono. Sostanzialmente, si ha paura di dare ciò che si ha senza ricevere una sufficiente contropartita. Tuttavia, la collaborazione appare la sola strada percorribile.



21. Tre diverse realtà
Per comprendere quanto la collaborazione possa avvicinarci alla realtà immaginiamo un nucleo familiare composto da padre, madre e figlia minorenne, che si dibatte tra disoccupazione, debiti, tossicodipendenza, virus HIV. Tutti e tre i soggetti vivono con i soli proventi della figlia che, pur essendo diplomata aiuto infermiera, non ha un lavoro fisso. Ascoltiamo cosa ci raccontano.
Il padre, ex carcerato, presenta se stesso come "vittima" del sistema per aver contratto in carcere il virus dell'HIV. Questo gli impedisce di trovare lavoro e lo costringe a vivere a carico della figlia. Chiede di aiutare la moglie a trovare una occupazione e di trovare un alloggio popolare per tutta la famiglia.
La madre mette invece in risalto il fatto che la propria precaria salute le impedisce di lavorare con continuità; fa inoltre presente che il marito si droga e che per procurarsi la droga ha inserito la figlia in un giro di prostituzione. Chiede  una comunità terapeutica per il marito e una pensione sociale per se stessa.
La figlia infine dichiara che il padre è disoccupato cronico, che la madre è tossicodipendente e sieropositiva e che ambedue i genitori le procurano ripetutamente "lavori" per guadagnare il minimo necessario alla loro esistenza. Chiede di dare una occupazione al padre in modo da potersi liberare dai "lavori pesanti" che le procurano i genitori e dedicarsi al completamento della proria preparazione professionale.

22. La ricostruzione della storia vera

Se i tre soggetti si rivolgono al medesimo centro di ascolto, il volontario può valutare la situazione complessiva mettendo a confronto le informazioni ricevute e ricostruendo una più accurata realtà,  Solo in queste condizioni è possibile disegnare un piano di aiuto che tenga conto delle effettive necessità dei vari soggetti: recupero, disintossicazione, affido, lavoro, ecc.
Se invece, come accade spesso, le richieste di aiuto sono rivolte a centri di ascolto diversi, le informazioni raccolte singolarmente si presentano incomplete, inaffidabili e pertanto del tutto inutili alla predisposizione di un progetto d'intevento valido. Appare chiaro a questo punto come sia importante per i vari centri collaborare tra loro, per verificare se esistono situazioni apparentemente convergenti e accertare la vera natura del disagio sottostante.  

23. Strategia individuale o strategia collettiva ?

In conclusione, la strategia  che il volontario dovrà adottare sarà quella di agire con prudenza senza lasciarsi coinvolgere emotivamente dalla prima realtà percepita. Lo potrà fare "individualmente", applicando ai casi conosciuti le procedure d'aiuto già sperimentate, quando la sua sensibilità gli dice che quella strada è percorribile, ma lo dovrà fare "collettivamente" all'interno delle reti associative, dei servizi istituzionali e degli organismi caritatevoli esistenti nel territorio, quando la sua sensibilità gli suggerisce di completare il quadro con altri contributi. Per aiutare è necessario conoscere, ma per conoscere è necessario collaborare.
Lo scambio e l'interazione fra associazioni, centri e istituzioni è un modo per "ripensare" il proprio essere volontari, è l'occasione per abituarsi ad usare strumenti di lavoro più adeguati agli obiettivi, è il meccanismo che permette di migliorare l'intervento nel territorio. Se vogliamo affermare significativamente il principio della solidarietà, cominciamo da noi stessi.

 
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