Con lo psicologo - Associazione La Speranza

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Con lo psicologo

La bacheca > I volontari si interrogano

Nel maggio 2009 si è tenuta presso la Parrocchia dei Santi Patroni una conversazione con lo spicologo Alessandro Reali. Il corso è stato realizzato dall'Associazione con il contributo di CESV-SPES  Centri di servizio di voontariato per il Lazio



1. Un episodio emblematico

Poche settimane fa, dopo la prima scossa di terremoto, una pattuglia di Carabinieri è stata chiamata in una località poco distante dalla città de L’Aquila per verificare la situazione di un uomo. Giunti sul luogo e constatata l’indisponibilità di questa persona ad allontanarsi dai suoi terreni (l’uomo li minacciava di non avvicinarsi brandendo una pala) i due carabinieri hanno contattato la centrale operativa della protezione civile richiedendo l’aiuto di un mediatore culturale, che notoriamente svolge il ruolo di facilitare la comunicazione tra un abruzzese e un altro abruzzese. Vista l’assurdità della richiesta e naturalmente pensando che l’uomo fosse pazzo, la protezione civile ha contattato il Servizio di Salute Mentale. Arrivati gli operatori non hanno potuto altro che constatare lo stato di difficoltà e confusione in cui quella persona si era trovata a seguito del terremoto. Spaventato e smarrito faceva uso di una pala come mezzo di difesa dalla paura in cui si ritrovava immerso, mostrandosi diffidente verso quegli sconosciuti che cercavano di parlargli.

2. Alcuni importanti aspetti della vicenda

Questo semplice episodio mette in luce alcune cose importati da sottolineare. Innanzitutto la difficoltà della macchina istituzionale per cui di fronte al più piccolo problema si pretende l’intervento dello specialista, dimenticando che la capacità di parlare con le persone è competenza che riguarda tutti noi. Chi meglio e chi meno, abbiamo tutti delle risorse da mettere in campo nella relazione con l’altro, anche in situazioni che all’apparenza sembrano un po’ più complicate del solito.
Il secondo aspetto riguarda la minacciosità dell’uomo (addirittura impugnava una pala), non certo dovuta alla volontà di terrorizzare, quanto piuttosto alla difficoltà di fronteggiare la paura che in certi momenti si prova (chi mette
paura lo fa perché: ha paura).
Seppure non è possibile rintracciare una linea di comportamento utile in tutte le situazioni (ma d’altronde se pensiamo che ogni persona sia a suo modo unica, anche il nostro modo di porci deve adeguarsi a questa diversità), è possibile però fare affidamento al concetto di accoglienza come capacità di ascoltare l’altro e comprendere le ragioni del suo operato, come guida del nostro comportamento. Qui sottolineiamo che accogliere non va inteso come semplice scopo delle nostre azioni, quanto piuttosto come mezzo da utilizzare per costruire una relazione positiva, all’interno della quale gli essere umani siano in grado di esprimere le “parti migliori “di se stessi e non quelle negative
. In altre parole se il nostro obiettivo è quello di aiutare l’altro e per farlo occorre costruire una relazione basata sulla fiducia reciproca, l’accoglienza è il primo doveroso passo da fare per raggiungere il nostro obiettivo. Gli operatori giunti sul luogo non hanno fatto altro che ascoltare quel contadino abruzzese disperato e timoroso fino al punto da stabilire una relazione con lui che lo facesse sentire accolto e compreso. Questo è stato di per se sufficiente a calmarlo e a fargli dare fiducia agli operatori, che in seguito lo hanno accompagnato al campo allestito fuori l’Aquila.
Un terzo elemento da sottolineare è la confusione, lo sbandamento in cui ci si viene a trovare nel dover affrontare situazioni di vita così estreme. E’ facile comprendere come non ci siano dei modelli di riferimento a cui ispirarsi in situazioni cosi devastanti e come questa mancanza ci faccia sentire smarriti, confusi, incapaci di sapere cosa fare e come farlo. Restare immobile in mezzo ad un campo utilizzando la pala contro gli agenti del comando dei carabinieri, certo non era la cosa migliore da fare, ma altrettanto sicuramente era la migliore per lui in quel momento, non avendone altre a disposizione.


3. Rispondere in termini di accoglienza
C
ome nel caso della persona citata nell’esempio, un evento traumatico porta con se dei vissuti di smarrimento e confusione a cui occorre rispondere in termini di accoglienza, prima ancora del trovare risposte e soluzioni immediate ai problemi che quel trauma ha portato nelle nostre vite. Per quel che riguarda le persone straniere, in particolar modo, si possono individuare quattro traumi che ne caratterizzano il vissuto:

a) Perdita di senso
nei termini di significato che la nostra vita ha avuto fino a quel momento e che ora muta radicalmente (che mi è successo? perché sono qui? che senso ha con la mia vita quello che mi sta accadendo?) . Il disorientamento e la confusione sono risposte comuni in questi momenti, aggravate dalla difficoltà di dover ritrovare nuovi significati e traiettorie di vita in un ambiente sconosciuto e, a volte, perfino ostile.

Proprio l’ambiente che ci circonda svolge un ruolo importante e se ci può aiutare a ritrovare la via per recuperare il senso smarrito, può anche portarci verso scelte di marginalità o di delinquenza che, seppur pericolose, sono pur sempre meglio del vuoto in cui ci troviamo. La perdita di senso è un esperienza così terribile che in alcuni casi preferiamo inventarcelo, per quanto irragionevole sia, pur di averne uno, finendo con il trovare anche nella malattia mentale un tenue rifugio alla paura, in momenti in cui il prezzo da pagare può essere proprio la “perdita di se stessi”.
b) Vissuto di fallimento rispetto alle proprie aspettative di vita. Soprattutto per i migranti la partenza si carica di attese a speranze che spesso vengono disilluse, lasciando in preda allo sconforto e alla frustrazione di non essere riusciti ad ottenere ciò che cercavamo. Rispetto a questo vissuto fallimentare le risposte sono principalmente due: il ritiro e l’isolamento, conseguente alla sensazione di vergogna; o un’aperta aggressività verso l’altro, percepito come colpevole delle nostre disgrazie. Anche in questo caso vivere ai margini può diventare un modo per difendersi e mitigare un po’ questo vissuto fallimentare.
c) Senso di insicurezza e precarietà della propria vita
. Oggi molto più diffusa che in passato, la precarietà ci riguarda tutti. Non avere spazio per progettare il futuro, crearsi delle aspettative, sognare di…., produce nelle persone una perdita di speranza, generando al contempo confusione, indebolimento psico-fisico e fragilità. Una fragilità (che va anche intesa come poca capacità di fare delle scelte e lasciarsi invece trasportare dalle cose) da cui è difficile uscire senza essere aiutati e supportati, proprio perché essere fragili significa, prima di tutto, incapacità di reggere gli urti della vita.
d) Impossibilità di relazione
, cioè difficoltà a costruire relazioni positive ed amichevoli da cui trovare conforto ed aiuto per superare le difficoltà. In alcuni casi fidarsi dell’altro diventa quasi impossibile, soprattutto quando nella vita ti è capitato che proprio le persone di cui ti sei fidato sono quelle che, per così dire, ti hanno pugnalato alle spalle.

4. Costruire la relazione
Importante da sottolineare è che, di fronte a questi traumi, quello che le persone fanno è cercare delle risposte
, dei significati, che almeno nell’immediato plachino la paura e la confusione in cui ci si trova coinvolti. Le persone cioè tendono a reagire, cercando di uscire fuori da questi disagi. Il guaio è che spesso le prime risposte che si incontrano non sono quelle dell’accoglienza e della presa in carico, ma quelle della marginalità, della devianza, di scelte di vita ai margini ma che sono pur sempre “vita”; ambienti pericolosi ma spesso meno segreganti, escludenti e con meno pregiudizi di quelli deputati ad accogliere. La risposta di accoglienza, in questi come in altri casi, supera per importanza ed utilità perfino quelle più tecniche e/o professionali degli specialisti, perché permette alla persone di farsi avvicinare, riconoscendo nell’altro un aiuto e non una minaccia.

Perché l’accoglienza può e deve essere il primo approccio alle persone che vivono ai margini? Perché l’accoglienza e la migliore risposta che abbiamo per:

  • fronteggiare la paura, lo smarrimento, la sfiducia e la disperazione che conseguono a traumi così profondi;

  • costruire relazioni empatiche basate sul rispetto e sulla fiducia;

  • riconoscere l’altro restituendo dignità ed importanza alla sua vita;

  • evitare alle persone scelte di emarginazione (e spesso di devianza o delinquenza), instradandole verso scelte di vita maggiormente rivolte alla socialità e alla convivenza civile.


Nella sua ricchezza in quanto risposta, l’accoglienza è capace di dare un contributo decisivo agli obiettivi che vogliono essere raggiunti dall’azione dei volontari, restituendo valore al nostro operato. Se infatti, una semplice riduzione del concetto di accoglienza a obiettivo finale dell’intervento, rischia di produrre pratiche di assistenzialismo, la funzione dell’accoglienza in quanto strumento da utilizzare – mezzo non fine – nella costruzione di una relazione positiva con le persone in un ambiente supportivo e di collaborazione, mostra tutto il suo valore e l’importante contributo che può fornire. Costruire la relazione diventa quindi l’obiettivo e l’accoglienza il mezzo per raggiungerla.
Questo passaggio io lo ritengo fondamentale per poter “accompagnare verso” scelte migliori
, a cui poi la società nel suo complesso e attraverso le sue istituzioni dovrà fornire ulteriori risposte: una casa, un lavoro, la sanità, la garanzia del rispetto dei diritti civili, la possibilità di non vivere in modo precario e sempre sul filo del rasoio. Risposte e soluzioni difficili a cui si può arrivare solo costruendo una relazione significativa, il cui viatico principale è sempre l’accoglienza.




 
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